L’affaire Marino: scontri e scontrini nella città dei Casamonica

Dopo la gogna mediatica di questi giorni, esce di scena il Sindaco Marino. In questi anni, purtroppo abbiamo assistito al peggio per quanto riguarda gli scandali politici: assessori implicati con la Mafia, appalti truccati, voti di scambio, finti titoli di studio. Eppure, il caos generatosi attorno all’ormai ex sindaco di Roma, sembra quasi non avere precedenti. Neanche vivessimo nel più virtuoso e corretto paese del mondo. […]

http://www.orizzonteuniversitario.it/2015/10/20/laffaire-marino-scontri-e-scontrini-nella-citta-dei-casamonica/

Consiglio Competitività: nulla di fatto sul ‘Made In’

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Gli scorsi 28 e 29 maggio, si tenuto a Bruxelles il Consiglio Competitività dell’ UE, presieduto dalla presidenza di turno nella persona di Dana Reizniece-Ozola, ministro dell’ economia lettone. Ad avere esito positivo, sono state le discussioni sulla riforma della legislazione europea sui pacchetti turistici, la creazione di uno status europeo per le S.r.l. a socio unico per facilitare la creazione di nuove imprese e l’approvazione di una nuova roadmap per il completamento di ERA, lo Spazio Europeo per la Ricerca. Risulta invece deludente per l’Italia l’impossibilità di raggiungere un accordo sulla questione più spinosa del pacchetto regolamentare sulla sicurezza dei prodotti: l’introduzione dell’obbligo di etichettatura di origine delle merci in settori non alimentari, il cosiddetto ‘Made In’.

Il dibattito e lo studio della Commissione

L’inserimento dell’indicazione d’origine sui prodotti UE è parte della bozza di regolamento sulla sicurezza dei prodotti di consumo approvata ad aprile 2014 dal Parlamento Europeo e proposta l’anno precedente dai Commissari Tajani e Borg – finalizzata ad una maggiore tracciabilità dei prodotti da parte dei consumatori. Questi ultimi potrebbero infatti decidere se acquistare o meno un bene in base agli standard qualitativi, lavorativi e sociali del paese UE di produzione – fattore che favorirebbe paesi differenti in differenti settori industriali o manifatturieri.  La discussione a riguardo ha creato un’ opposizione tra paesi nordeuropei e mediterranei, con un fronte di contrari guidato da Belgio, Danimarca, Gran Bretagna, Irlanda, Olanda e Svezia. Nel tentativo di superare questa fase di stallo, la Commissione ha presentato uno studio d’impatto per comprendere le possibili conseguenze per le economie europee dell’obbligo del ‘Made In’, che avrebbe dovuto aiutare a rendere più informata la discussione in sede di Consiglio. Lo studio ha invitato ad un approccio per settori produttivi, prendendo in considerazione giocattoli, elettrodomestici, elettronica, tessile, calzature e ceramiche. Il documento sottolinea la difficoltà di valutare un impatto generale, che sembrerebbe però più positivo in termini di facilità di applicazione e di capacità di tracciabilità dei consumatori nei settori con filiere produttive meno complesse come ceramiche, calzature e alcuni prodotti tessili.

Il tentativo di mediazione e la posizione italiana

A pochi giorni dalla seduta di Consiglio, la presidenza lettone si è fatta promotrice di un possibile compromesso, proponendo di tentare un approccio di applicazione della norma per singoli settori, riuscendo così a convincere alcuni paesi tendenzialmente contrari come la Polonia. Sembrava quindi essersi aperto uno spiraglio di negoziazione per l’Italia, decisa a ‘portare a casa’ l’obbligo del ‘Made In’ in cinque settori chiave per le PMI nostrane: ceramiche, calzature, tessile, gioielleria e mobili. Il negoziatore italiano – il Vice Ministro allo Sviluppo Economico Carlo Calenda – ha parlato di una misura necessaria alla tutela dei consumatori europei, affermando che l’Italia sarebbe stata disponibile ad accettare l’inserimento di una clausola di revisione del regolamento dopo tre anni. Ciò nonostante, l’incontro si è concluso in un nulla di fatto.

Le prospettive del Made in Italy

La posta in gioco della misura è chiara: come indicato dallo studio d’impatto della Commissione, a beneficiare della misura in settori come il tessile sarebbero le imprese il cui marchio non è molto conosciuto ma che risiedono in un paese percepito come produttore di qualità – come l’Italia con il suo frammentato sistema di PMI.  Meno positivo sarebbe invece l’impatto su paesi con settori industriali a filiera complessa – come ad esempio in ambito elettronico e tecnologico – che importano componenti da moltissimi paesi diversi e avrebbero costi di adattamento molto alti senza garanzie di alcun beneficio. L’importanza della partita per l’Italia è anche suggerita dai dati presentati da Confindustria nel corso dell’edizione 2015 dell’incontro ‘Esportare la dolce vita’ tenutosi ad Expo a maggio. Secondo lo studio, l’export di prodotti italiani di fascia medio-alta nei settori produttivi chiave del paese crescerà da  11 miliardi del 2014 a 16 miliardi nel 2020, aumentando del 45% in sei anni – grazie soprattutto alla domanda dei ‘nuovi ricchi’ di paesi in via di sviluppo come Cina, India e Indonesia.

di Riccardo Trobbiani

Grecia-Troika: Arriva il piano di Tsipras

Alexis Tsipras, 2015 (ANSA)

C’è chi lo considera un fuoco di paglia, l’ennesimo politicante che parte incendiario contro l’austerity ma che tornerà ben presto in patria a spegnere la rivoluzione e le insorgenze elleniche. C’è poi chi invece vede in lui il cambiamento, sperando che non sia lo stesso promesso dalle pompate campagne elettorali di Obama (2009) e da Renzi (2014), due democratici in salsa americana che l’unico cambiamento che hanno attuato è stato quello della poltrona sulla quale sedevano.

Su cosa punta Tsipras, introduzione di buoni pasto, energia e sanità per i poveri e salario minimo per combattere l’emergenza povertà di un popolo ridotto alla fame dalle stringenti misure della Troika e dal buco lasciato dalle indecorose amministrazioni che la Grecia ha avuto dai tempi dei Colonnelli ad oggi.
Rivedere poi l’iva è una delle priorità del governo ellenico per rilanciare il sistema economico greco e contemporaneamente combattere il forte fenomeno di evasione fiscale che con il progressivo aumentare della pressione fiscale è aumentato con essa.
Altra mossa, sulla falsa riga dei cugini mediterranei, è quella di ridurre i Ministeri passando da 16 a 10, applicando a questi una spending review in pieno stile italiano per ridurre quella che in Grecia rappresenta il 56% della spesa totale dei ministeri, gli sprechi della pubblica amministrazione quindi la spesa non destinata a salari e pensioni. Tagli sono previsti anche al sistema sanitario che però rimarrà accessibile a tutti i cittadini.

I costi, il Premier greco assicura che grazie alle misure di spending review previste dal governo, il piano di assistenza alle fasce più deboli e più colpite dalla crisi non avrà effetti negativi per il bilancio ellenico. Il Governo assicura poi che la Grecia “si impegna a non ritirare le privatizzazioni già completate e a rispettare, in base alla legge, quelle per cui è stato lanciato il bando”

Le risposte, arriva il placet da Bruxelles e Berlino per il piano presentato dai greci, critici FMI e BCE che lamentano lacune all’interno del piano presentato e attendono gli ellenici al varco per Aprile con un piano più dettagliato

Le risposte dai mercati, e intanto vola Atene in Borsa che chiude in rialzo del 9,8%, un forte segnale che Tsipras, almeno finché rispetta gli accordi, sembra dare sicurezza anche ai mercati. Buoni anche i risultati portati da “l’effetto Grecia” sull’Italia che porta lo spread BTP-BUND a 108,2 punti base dai 113 punti della chiusura di ieri

Matrimonio Grecia-UE, a quando il divorzio che le promesse elettorali vengano di rado rispettate è ormai una verità con la quale ogni elettore deve fare i conti, ma quando si parla di Grecia non è più solo questione di volontà di rispettare gli impegni presi con l’elettore ma di possibilità di farlo. Bisognerà quindi aspettare Aprile per vedere se la primavera porterà nel mediterraneo quella tanto auspicata ripresa di noi ‘Europei di Serie B’.

di Marco Catitti

Il conflitto israelo-palestinese ed il ruolo dell’ Unione Europea

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 Sono passati ormai più di tre mesi dal Cessate il fuoco che lo scorso 26 agosto ha posto fine alla massiccia offensiva Israeliana sulla striscia di Gaza, apice di una guerra durata 50 giorni, che ha causato più di 2200 morti palestinesi, in gran parte civili. Durante il conflitto, la reazione dell’ Unione Europea – che negli decenni non ha mai smesso di sottolineare l’importanza della sua proiezione internazionale, specialmente come attore di sicurezza regionale –  si era tuttavia limitata a dichiarazioni piuttosto prudenti, particolarmente incentrate sulla condanna dell’ uccisione di vittime civili da parte di Israele, l’auspicio di una de-escalation del conflitto, la richiesta di autorizzazione all’ accesso di assistenza umanitaria e la denuncia del terrorismo di Hamas. La proposta più rilevante registrata – seppure ambigua agli occhi di molti osservatori – era uscita dalla riunione del Consiglio Affari Esteri (formazione del Consiglio che riunisce i ministri degli esteri dei 28 Stati Membri) dello scorso 15 Agosto, in sede del quale era stata espressa la disponibilità dell’ Unione a farsi da garante e controllore degli scambi frontalieri di Gaza per sopprimere il traffico di armi, tentando così di convincere Israele a sbloccare l’assedio della città, ormai isolata anche commercialmente. I primi mesi del post-conflitto sono stati inondati di proposte da parte degli stati membri dell’Unione – in particolare da parte di Regno Unito, Francia e Germania – tendenti a dare un ruolo più importante all’Europa nel garantire la sicurezza della regione, sia tramite una possibile missione di pace ONU sia attraverso l’eventuale ri-dispiegamento della missione EU BAM Rafah (EU Border Assistance Mission on the Gaza), di fatto cessata nel 2007 con la presa della striscia di Gaza da parte di Hamas. Queste proposte si sono per ora tuttavia limitate a mere dichiarazioni. La stasi delle istituzioni UE nel prendere le redini del processo di pace  – sommata all’ analoga impotenza dell’ Unione di fronte all’ evoluzione della situazione in Ucraina – ha ancora una volta trasmesso un’ immagine di paralisi degli organi comunitari, che sin dalle guerre jugoslave avrebbero stentato a dare un contributo decisivo alla stabilità politica del nostro vicinato. Per quanto riguarda il conflitto arabo-israeliano, è infatti opinione comune che il principale fautore di tentativi di risoluzione del conflitto nonché più attivo attore esterno nella questione siano stati gli Stati Uniti, con l’Europa sempre a ricoprire un ruolo di secondo piano, nell’ ombra del partner d’oltreoceano. Una più attenta analisi storico-politica potrebbe invece riscattare il ruolo del vecchio continente, suggerendo la necessità di un suo più deciso contributo futuro. Già la Comunità Europea aveva infatti iniziato a ritagliarsi un ruolo alternativo a quello degli  Stati Uniti in questo frangente, propendendo per una maggiore apertura e attenzione verso la situazione palestinese e facendosi progressivamente mente ispiratrice della cosiddetta proposta dei ‘due stati’. Il primo atto rilevante in questione risale al 1973 quando, poco dopo lo scoppio della guerra dello Yom Kippur, nei primi di ottobre, la CE emanò due comunicati che, oltre a chiedere la cessazione delle ostilità, condannavano l’espansione territoriale di Israele sul suolo arabo, chiedendo il rispetto dei diritti della popolazione palestinese. Fu a partire da quegli anni che – all’ ombra dei più visibili interventi politici americani nel conflitto – si sviluppò lentamente una posizione specificatamente europea in materia, più attenta alla condizione del popolo palestinese. Tra gli atti più importanti a segnalare questa evoluzione, si annovera l’ammissione della necessità di una ‘patria palestinese’ da riconoscersi in qualsiasi potenziale accordo di pace, esigenza sottolineata da parte del Consiglio Europeo del 30 Giugno 1977. Particolarmente rilevante fu anche la cosiddetta ‘Dichiarazione di Venezia’. Tramite quest’ultima, prodotta nel 1980, i nove paesi della CEE riconoscevano il diritto di autodeterminazione del popolo palestinese, suggerivano la necessità di includere l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina nei negoziati di pace e ribadivano l’illegalità degli insediamenti Israeliani in base al diritto ONU. Questo segnale politico non ebbe solo l’effetto di creare dissapori con Israele e con l’alleato atlantico, ma pose le basi per il successivo processo di Oslo. Quest’ultimo ebbe principalmente ispiratori europei come il ministro degli esteri Norvegese Johan Jørgen Holst e – passando per la conferenza di Madrid del 1992 – portò alla firma degli accordi di pace ad Oslo ed alla successiva creazione dell’ Autorità Nazionale Palestinese (ANP) come la conoscevamo fino al 2007 – prima che perdesse il controllo della striscia di Gaza in favore di Hamas. L’impegno dell’ UE continuò nel 2002 sia con il supporto dichiarato dal Consiglio Europeo di Siviglia alla creazione di uno stato palestinese con i confini pre-1967, sia con la promozione di una ‘road map’ Europea per il processo di pace –  successivamente approvata e adottata anche da Stati Uniti e dalle Nazioni Unite. Stessa intraprendenza delle istituzioni europee si riscontrò nel 2009, quando il Consiglio dell’ Unione Europea dell’ 8 dicembre spinse per la riapertura delle trattative di pace ponendo le proprie condizioni all’ avanzamento del processo, ancora una volta accettate dagli USA. La differenziazione tra posizione statunitense ed europea si è particolarmente esplicitata negli anni in quello che è stato senza ombra di dubbio il maggiore focus politico dell’ UE: ribadire l’illegalità degli insediamenti israeliani in Cisgiordiana ed a Gerusalemme est, posizione facilitata dalla più negativa immagine dell’ operato militare israeliano nell’ opinione pubblica europea – trend confermato durante la recente escalation militare nell’ area. In termini pratici, l’Unione Europea si è progressivamente imposta come uno dei partners più importanti per la Palestina sia sotto il profilo economico – divenendo il maggiore fornitore multilaterale di assistenza finanziaria alla popolazione locale –  sia politicamente, prima firmando un Accordo di associazione provvisorio con l’OLP nel 1997, e poi includendo l’ANP nella Politica Europea di Vicinato. Parallelamente al supporto politico ed economico alla popolazione Palestinese l’ UE ha sempre fatto tutto il possibile per intrattenere buoni rapporti con Israele, il quale è diventato progressivamente un importante partner economico commerciale dell’ Unione, che ad oggi risulta essere la prima destinazione commerciale dell’ export del paese. La solidità di queste relazioni è stata inoltre suggellata, inizialmente da un Accordo di Cooperazione nell’ anno 1975, e più recentemente con l’entrata in vigore nel 2000 dell’ Accordo di Associazione tra i due, basato sul processo di Barcellona a sulla successiva Politica Europea di Vicinato. Questi legami con entrambe le parti porrebbero teoricamente L’UE in una posizione di negoziatore favorita rispetto agli altri membri del cosiddetto ‘Quartetto per il Medio Oriente’ (UE, USA, Russia e ONU). L’ Unione Europea ha in effetti tentato di far sentire la propria voce anche in tempi recenti. Ad esempio, nel 2013 la comunicazione 2013/C 205/05 della Commissione Europea ha vietato il coinvolgimento dell’ Unione in progetti economici nei territori occupati post-1967. Nel febbraio del 2013, la stessa Commissione ha poi vietato l’importazione di pollami e prodotti caseari dalle colonie israeliane, provvedimento che – come riportato domenica 17 agosto da più fonti di entrambe le parti –  dovrebbe effettivamente essere operativo dal primo settembre. L’efficacia dell’operato dell’ Unione è tuttavia fortemente rallentata da almeno tre fattori. Il primo tra questi è strutturale, e dipende dalla natura ancora largamente intergovernativa della gestione della Politica Estera e di Sicurezza Comune, raffigurata dalla politicamente e legislativamente debole figura dell’ Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ancora subordinata al metodo dell’ unanimità del Consiglio e mancante di mezzi militari propri al di là degli inutilizzati ‘EU battlegroups’. Il secondo problema è direttamente connesso al primo, ed è dettato dalle divisioni interne all’ UE, che accanto a capi di stato come Hollande, che ha denunciato il ‘massacro’ in atto a Gaza, vede primi ministri come Renzi, portatori di posizioni più timide sulla questione e che, ad ogni modo, si limitano anch’esse a dichiarazioni. Questo porta ad una situazione in cui, quando non è la Commissione ad agire sfruttando la sua competenza esclusiva in materia commerciale – come nel caso dei sopracitati prodotti israeliani – gli organi intergovernative si limitano a dichiarazioni di principio. Il terzo è più importante fattore è poi esterno alle istituzioni dell’ Unione Europea, ed è forse uno dei maggiori ostacoli al raggiungimento di una tregua duratura in generale, vale a dire la divisione palestinese: da una parte la Cisgiordania, sotto il controllo dell’ ANP; dall’ altra Gaza, sotto il controllo di Hamas dopo la Battaglia di Gaza del 2007. La presenza di Hamas non solo rende più facile ad Israele tentare di legittimare i propri attacchi per motivi di difesa dei propri cittadini, ma rende difficile trovare un interlocutore politico nella striscia per attori come l’UE, la quale ha stipulato accordi e creato rapporti politici con l’ANP, che non controlla più quei luoghi.

 di Riccardo Trobbiani

Scozia, indipendenza: il sogno di una vita

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Da sempre l’Europa e’ stata teatro di scenari irredentisti e possiamo affermare, con buona pace degli storici, che da quando e’ stata concepita l’idea di stato moderno, come noi lo conosciamo, tutti i conflitti nei quali il Vecchio continente ha preso parte hanno avuto luogo per interessi di tipo politico-economico che si nascondevano, neanche troppo a mio avviso, dietro i confini in espansione degli stati stessi. Ma questi eclettici scenari hanno cessato di fermentare in Europa, fatta eccezione per la penisola balcanica, prima con gli Accordi di Helsinki (1975) e poi con il crollo dell’URSS, il tutto accompagnato dallo sviluppo della neonata realta’ del dopoguerra dell’integrazione comunitaria.

Quello che sembrava un capitolo chiuso, quello del mantenimento dei confini e dell’integrita’ degli stati come oggi li conosciamo , potrebbe da oggi essere riaperto dall’oltremanica e perche’ no dall’oltretomba, da un’idea che dall’oltretomba ad oggi viene portata avanti in tutta Europa e non solo come una necessita’ di tipo identitario e che dovrebbe rispondere al principio di autodeterminazione, l’indipendenza. Oggi in Scozia si decide una battaglia che secoli fa fu combattuta sui cambi di battaglia nelle Highlands scozzesi tra verdi prati recanti i vessilli del leone scozzese e fortini in pietra sui quali capeggiava prepotentemente la croce di Sant’Andrea.

Stavolta la battaglia verra’ decisa indubbiamente dalla doppia propaganda che e’ stata portata avanti dai due schieramenti, una di queste e’ quella che il governo britannico ha portato avanti per il ‘NO’, una battaglia portata avanti con la paura che gli utili della British Petroleum non arrivino piu’ oltre il confine scozzese, si perche’ la Scozia non e’ solo whiskey e kilt ma anche petrolio e banche. Dall’altra parte la battaglia portata avanti dai separatisti, quella che dovrebbe portate la maggioranza degli ‘YES’ nelle polling station scozzesi, e’ una battaglia plurisecolare di tipo identitario con profondissime radici e motivazioni storiche a favore dell’indipendenza dalla corona britannica alle quali si aggiungono le possibilita’ di avere per se nei confini nazionali risorse petrolifere e attivita’ redditizie portate avanti da realta’ di peso quali la Royal bank of  Scotland.

Dietro un’ipotetica vittoria dei ‘YES’ pero’ si nasconde il pericolo di una nazione che rimarrebbe isolata del Regno Unito e dall’Unione Europea, sia economicamente che politicamente. Di fatto il Regno Unito ha rifiutato la possibilita’ di mantenere la Sterlina britannica come moneta qualora la Scozia si separasse dal regno di sua maesta’ e dal continente arriva il veto di numerosi paesi dell’UE all’utilizzo dell’EURO da parte della Scozia indipendente.

Questo veto di paesi come Spagna, Belgio, Grecia, Cipro e Romania deriva da una forte preoccupazione rispetto all’eventualita’ di una vittoria degli indipendentisti in Scozia. In questi paesi infatti aleggia, piu’ fortemente che in altri, la volonta’ da parte di componenti territoriali autonome e autonomiste di seguire l’esempio della Scozia. Basti pensare alla Catalonia e ai Paesi baschi in Spagna, gia’ regioni autonome ma in cerca dell’indipendenza da lungo tempo, al Belgio e alla sua realta’ plurinazionale, multietnica e multilingue, alla Grecia e alle minoranze al suo interno, a Cipro contesa tra greci e turchi e alla mai sanata disputa sulla Transilvania tra Ungheria e Romania.

Ora bisogna solo aspettare che un si o un no possano ispirare in qualche modo le sorti dell’Europa e magari di una Unione Europea che nei numerosi tentativi di unire, molti fallimentari, ha sopito l’idea di nazione moderna, ma che ha risvegliato qualcosa che sta oltre lo stato, qualcosa di piu’ forte, profondo e vicino, l’identita’ e le radici territoriali.

di Marco Catitti

E’ ora di dire basta a questo conflitto insensato!

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162 morti, oltre 1000 feriti tra cui molte donne e bambini. Questi sono i numeri giunti direttamente dalla striscia di Gaza nella giornata di domenica 13 luglio.  I dati in questione non accennano a diminuire, fatto per cui, anche visto l’alto numero di vittime non-combattenti, gli atti del governo israeliano sembrano avere sempre più l’aspetto di un vero e proprio genocidio. Domenica è persino iniziata l’avanzata via terra da parte dell’esercito di Netanyahu. La giustificazione ufficiale dei massicci attacchi israeliani, appoggiata dal silenzio delle autorità mondiali, risiede nel fatto che Israele vuole combattere il terrorismo di Hamas. Le motivazioni reali sembrano tuttavia essere altre, incentrate sulla perpetrazione dell’ espansione abitativa e territoriale Israeliana. Oltre a un gran numero di case è stato bombardato anche un orfanotrofio, nel quale hanno perso la vita tre giovanissimi disabili; ed ha rischiato di essere raso al suolo persino un ospedale. “Continueremo a operare con forza”, queste sono le parole del primo ministro israeliano. La tecnica utilizzata dall’esercito in questione consiste nel preavvisare le famiglie residenti nella striscia solamente due minuti prima dell’imminente esplosione che vedrà la loro casa ridotta in un cumulo di macerie. Considerare tale procedura vile è dir poco, e forse l’aggettivo disumano appare più appropriato. In questi giorni sono stati organizzati presidi e cortei in tutto il mondo a sostegno della causa palestinese, migliaia di persone hanno fatto sentire la loro voce e hanno soprattutto ricordato che non è assolutamente in corso una guerra, ma un vero e proprio massacro unilaterale. Non ci sono due eserciti che si scontrano: ce n’è uno regolare e, di fronte ad esso, gente che soffre, le cui uniche armi sono le pietre della loro terra, occupata e distrutta nel corso degli anni. Su questo punto potrebbero nascere delle discordanze, ma sentire la voce di migliaia di ebrei ortodossi e anti-sionisti che attaccano duramente lo stato d’Israele, considerandolo addirittura nemico della vera religione ebraica, dovrebbe far riflettere anche i più tenaci filo-israeliani. Un loro portavoce afferma: ”Noi preghiamo Dio ogni singolo giorno per un veloce e pacifico smantellamento dello stato israeliano, poi potremmo di nuovo coesistere come abbiamo fatto per centinaia di anni”. Questi sottolinea anche come prima dell’occupazione vivessero tutti nel medesimo posto e badassero ai propri figli gli uni con gli altri, e a tal proposito sostiene: “come può essere tutto ciò se sono i nostri nemici? Perché non lo sono, non è un conflitto religioso… questa è una menzogna sionista!” Ciononostante le persecuzioni sono progredite negli anni dagli arresti di bambini, anche molto piccoli, alle varie uccisioni. L’aspetto più disturbante è forse il modo in cui l’esercito sembra operare, carico d’odio e disprezzo nei confronti di civili ai quali quella terra appartiene da sempre. E’ giunto il momento di dire basta! Una fetta sempre più grande dell’ opinione pubblica mondiale sembra rendersi conto del dramma palestinese. Vedere padri e madri che piangono i propri figli mutilati è la scena più brutta alla quale si possa assistere, e l’impunità di chi causa tanta sofferenza appare sempre più intollerabile. Le grida di aiuto del popolo palestinese sono rimaste a lungo inascoltate, ma oggi più che mai sembra necessario che la società civile dei paesi occidentali dimostri quella solidarietà che i governi del ‘mondo libero’ hanno spesso mancato di manifestare.

 di Omar Renna

Politica di Sicurezza e Difesa Comune: il ventre molle dell’ UE

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Sembra essere ormai ufficiale la decisione dell’ Unione Europea  di inviare un corpo di 1000 soldati per coadiuvare lo sforzo di peacekeeping francese e dell’ Unione Africana nella tormentata guerra interreligiosa della Repubblica Centro Africana, suggellando così la tendenza ad organizzare missioni europee ad hoc con contributi volontari degli stati membri, svincolati da un sistema decisionale e operativo sovranazionale di natura permanente.  Oltre 20 anni sono passati dalle definizione delle cosiddette ‘Petersberg tasks’ in seno alla ormai disciolta Unione Europea Occidentale – un elenco di aree ed obiettivi di cooperazione strategico-militari che tendevano a ridefinire mezzi e fini della sicurezza dell’ organismo europeo dopo la caduta del muro di Berlino, concentrandosi su peacekeeping, peacebuilding e missioni umanitarie al livello globale. Queste furono assorbite all’ interno del quadro dell’ UE, poste nel secondo pilastro dal trattato di Amsterdam, segnalando la volontà di farne una vera e propria politica europea, seppur di carattere intergovernativo ed obbediente alle priorità definite in seno alla NATO. Il cammino da allora è stato discontinuo e segnato dalla ritrosia degli stati al cedere la loro sovranità militare all’ UE, che ad oggi schiera un personale di poco più di 7000 persone distribuito tra 12 missioni civili e 4 di carattere militare in tutto il mondo. La discussione sul futuro della PSDC assume oggi particolare rilevanza, soprattutto in vista dell’ EU-Africa Summit del 2014 che ridefinirà le priorità strategiche nel rapporto tra l’UE, l’Unione Africana ed i singoli stati del continente, la cui stabilità e prosperità costituiscono  – secondo il direttore del programma di sicurezza europeo del SIPRI Ian Anthony – un forte interesse dell’ UE negli anni a venire, specialmente nelle prospettive di crescita economica dei paesi del ‘sud del mondo’. Di fortificare la PSDC si è infatti occupato il Consiglio Europeo del 19 e 20 dicembre 2013, che ha individuato tre percorsi da seguire a questo fine: aumentare l’effettività, visibilità e impatto della politica in questione; sviluppare ulteriori capacità e mezzi comuni e rafforzare un mercato europeo integrato della difesa. Le iniziative passate e presenti lasciano tuttavia numerosi dubbi riguardo le reali possibilità di creare una politica militare e di sicurezza integrata efficace. Da una parte ciò che è stato fatto, come la creazione degli ‘EU battlegroups’ – 18 battaglioni da 1500 uomini messi a disposizione dagli stati membri per garantire un rapido intervento militare nell’ ambito delle Petersberg tasks al comando del Consiglio dell’ UE – non ha poi trovato sufficiente applicazione pratica (gli stessi battlegroups non sono stati mai utilizzati). Dall’altra le iniziative sulle quali si è venuto a concentrare l’interesse dell’Unione ­– in particolare l’investimento nello sviluppo di droni per fini di sorveglianza dei confini e per missioni civili e militari, al quale nell’ ultimo decennio ha destinato più di 300 milioni di Euro – non ha brillato per pubblicità e trasparenza democratica, ed è stato duramente attaccato da un recente report di Statewatch per essere stato ispirato più dalle lobbies dell’industria della difesa che da esigenze strategiche. A mettere in ulteriore difficoltà lo sviluppo di capacità militari integrate in Europa è infine il generale declino della spesa pubblica dei paesi europei nel settore che dal 2001 al 2011 è passata da più di 260 a 220 miliardi di euro. Che questa incapacità dell’ UE di dotarsi di strumenti militari efficaci sia una cosa negativa o positiva dipende dai divergenti punti di vista assunti oggi dall’ opinione pubblica dell’ Unione Europea, influenzata da un crescente euroscetticismo che non vede di buon grado l’attribuzione di capacità militari ad organismi ritenuti da alcuni meno democratici e rappresentativi di quelli nazionali; opposizione sostenuta, con toni diversi, anche da paesi tradizionalmente gelosi delle loro competenze sovrane, come la Gran Bretagna.

di Riccardo Trobbiani